Alby Tattoo

Quando si parla di artigianato l’associazione al tatuaggio non è immediata. Per alcune persone non è neanche contemplata. Il tatuaggio si inserisce tra l’opera d’arte e il luogo dove si posiziona. Può essere visto come la creazione di un prodotto artigianale: linee, forme e disegni nati da un pensiero che si formano nell’idea e nell’esperienza del tatuatore, il quale infine traduce in inchiostro.

Abbiamo parlato con il sig. Alberto che da più di trent’anni conduce questo mestiere presso il suo studio “Alby Tattoo” a Monfalcone. 

“Qual è stato il suo primo approccio al mestiere?”

L’approccio al mestiere è iniziato 35 anni fa. Praticamente ero uno dei primi in regione.

Sono stato molto attirato dalle moto e dalla musica rock, Iron Maiden, Black Sabbath e via di seguito. Si vedevano molti musicisti tatuati e questo mi ha colpito.

La mia attività nel monfalconese ha più di vent’anni. In quei tempi il tatuaggio era visto molto male. Era solo per gente “fuori dagli schemi”…diciamo la “periferia umana”.

Non erano ancora arrivate in zona le macchinette per fare i tatuaggi all’epoca, dunque in un certo senso lavoravamo di artigianato puro. O facevamo i tatuaggi a mano o costruivamo macchinette con motorini ricavati dai walk-man. Dovevi costruirti tutto da solo.

Io ho cominciato da amatoriale. La prima macchinetta che ho trovato era in America. Ho dovuto aspettare sei mesi che mi fosse spedita via nave. A quei tempi non c’era Amazon!

Dovevi avere contatti per fornirtene una. Qua in Italia era un mondo sconosciuto. 

Quando è arrivata in dogana a Trieste ho dovuto aprire il pacco in presenza di finanzieri e spiegare che cosa fosse.

All’epoca esistevano pochi studi nelle città più grandi, ma a fine anni ’90 o inizio anni 2000 c’è stata una rivoluzione. Il boom c’è stato quando i giocatori hanno cominciato a tatuarsi, o con l’uscita della pubblicità algida con il disegno tribale ha cominciato un po’ ad aprire questo mondo a tutti.

“Se dovesse ritornare bambino, avrebbe mai detto di fare questo lavoro?”

Io avrei voluto fare il pompiere! Ma penso che il “me” bambino direbbe che sono stato tenace, perché avevo completamente tutti contro quando ho deciso di fare questo mestiere.

“Perché ha continuato con il suo percorso nonostante avesse tutti contro?”

La passione, sicuramente…anche per testardaggine però!

“Lei ha fatto qualche corso?”

Assolutamente no, a quell’epoca non c’era niente. Ho dovuto prendere armi e bagagli e trasferirmi all’estero. 

Sono stato tanto tempo in Svizzera, dove c’era un grandissimo studio. Mi hanno insegnato molto. Avevo qualche esperienza creata qua in zona, ma andare lì mi ha dato una evoluzione. Mi hanno insegnato i trucchi del mestiere.

Mi sono fatto tanti amici, ho trovato brava gente che mi ha accolto come una famiglia.

Una volta c’era più competizione fra tatuatori, ma c’era anche più amicizia. Oggigiorno i giovani tatuatori sono più chiusi e tendono a non considerare i vecchi artisti, anche quelli più famosi.

Dopo la Svizzera sono andato a San Francisco fra il ’96 ed il ’97. Ero molto formato ma ho voluto comunque andare per fare esperienza. Ho contattato un altro studio. 

Il sig. Alberto si apre e ci racconta un episodio ad alta tensione.

A San Francisco gli studi dei tatuaggi quella volta erano sotto la mafia dei motociclisti americani, dovevi pagare un pizzo. Durante il mio soggiorno  è successo un casino con il padrone dello studio e i motociclisti, perché non voleva pagargli il pizzo. Tanto che un giorno i poliziotti mi hanno fermato mentre ero in macchina. Dopo avermi controllato i documenti mi hanno chiesto di andarmi a bere un caffè con loro!

Ho visto film americani, questa cosa mi ha allarmato…I poliziotti mi hanno spiegato che erano mesi che mi osservavano. Sapevano che non c’entravo in questa storia e mi hanno chiesto di abbandonare la macchina. Non volevano che saltasse con me dentro! I motociclisti avevano armi, tante armi. 

Avevo un bambino piccolo. Quella vita non la volevo fare, quindi sono tornato in Europa e ho detto buonanotte a tutti!

Fino ad un certo punto lo stereotipo del tatuato delinquente è vero, almeno in certi ambienti.

“A proposito, quali sono alcuni stereotipi del suo mestiere?”

I clienti spesso non si aspettano di trovarsi davanti una persona come me. Mi dicono: “ti immaginavo grosso, burbero con la birra in mano, uno di quei tipi che sputa per terra” e si meravigliano quando dico che, invece, sono appassionato di yoga. 

“Ha riscontrato cambiamenti di gusti nel pubblico generale da quando ha cominciato la sua attività?”

Il cambiamento di gusto è costante. Dipende dal trend del momento. Uno che non sopporto sono le strisce nere. Tutti se le fanno e nessuno sa cosa vuole dire. In oriente le strisce nere significano gli anni passati in carcere e dipende quante linee hai e quanto spesse. In occidente è un simbolo di lutto.

Portare tatuaggi è pericoloso, specialmente se viaggi. Molti tatuaggi hanno vari significati a seconda di varie culture. I tatuaggi una volta avevano significati mistici e culturali. Esistevano anche dei frati di Loreto che tatuavano.

I carcerati si tatuavano per passare il tempo, i marinai anche si facevano tatuare. Nasce da lì il concetto di malavita legato ai tatuaggi, ma la decorazione del corpo è una tecnica ancestrale globale. Il tatuaggio è uno scambio di energia fra tatuatore e cliente. Questa cosa sta andando a perdersi. 

“Lei tende a seguire le mode?”

No, tendo a seguire più la mia creatività. Mi piace discutere con il cliente del tatuaggio nella sua interezza, dal significato del tatuaggio alla posizione di esso. È necessaria una cultura a monte. 

“Qual è una richiesta bizzarra che le è stata fatta?”

Una persona mi ha chiesto di tatuare un pene alato che combatte contro un serpente il cui volto è una vagina. Il significato che mi ha spiegato fosse “l’uccello predatore”. Faceva molto ridere, ma non mi sono rifiutato. È una forma artistica anche quella!

“Le è mai capitato di rifiutarsi di fare un tatuaggio a qualcuno?”

Si, perché il disegno era orribile o stava malissimo sul corpo, quindi piuttosto di fare un lavoro scadente mi sono rifiutato.

“Cosa direbbe ad un ragazzo appena entrato nel mestiere che ha paura di rifiutare di fare un tatuaggio, vedendola come una perdita di soldi?”

In questo mestiere non devi pensare ai soldi, ma a formare te stesso come artista. Dopo puoi discutere il prezzo ed i soldi.

“Se dovesse smettere di fare questo lavoro, quale altro mestiere farebbe?”

Stando sempre nell’ambito artistico, mio padre faceva sculture. Anche io ho fatto qualcosa ai tempi. Penso che mi manterrei su questa linea d’arte. Chiudermi in una fabbrica…morirei. Sarebbe come mettere un animale in gabbia, personalmente. 

“Lei ha detto che il tatuatore deve essere anche psicologo. In che modo applica questa cosa con i suoi clienti?”

Prima di tutto bisogna mettere a proprio agio il cliente, trasmettendo con gli occhi. Anche l’ambiente è importante. Inconsciamente si reagisce a queste cose. È sempre tutto uno scambio di energie.

“Quali sono gli aspetti sottovalutati dal cliente quando ha una richiesta?”

Spesso sottovalutano la cura dopo il tatuaggio. Quando i clienti arrivano e mi chiedono se dopo aver fatto il tatuaggio possono andare in vacanza, posso andare in palestra…È da considerare che il tatuaggio è una abrasione del corpo, cui si deve curare. Si possono avere delle brutte infezioni.

“Qual è l’aspetto del suo lavoro che le piace di più?”
Oltre alla creazione artistica, la conoscenza delle persone. Dai tanto e ricevi tanto con il contatto umano. Ho conosciuto persone di tutti i tipi, dai dottori alle commesse. Tante cose le assimili, parlando ti insegnano di tutto. Ti raccontano storie che neanche un prete al confessionale…nascono qui e muoiono qui, nel mio studio.

“Quale cambiamento ha notato nella città di Monfalcone nell’ambito del suo lavoro?”

Una volta Monfalcone era il centro della vita. Logicamente attirava più gente, con il clima di ora c’è meno bacino di clientela.

Per quanto riguarda le richieste anche esse sono cambiate. Una volta c’era molta più ricerca nel momento in cui ci si voleva fare un tatuaggio. Si sfogliavano cataloghi, si cercavano riferimenti. Con l’avvento di internet è stato annullato questo. Vengono con l’immagine sul telefonino di quello che vogliono. 

Da una parte la tecnologia ci ha aiutato, ma dall’altra, nell’ambito del mio mestiere, viene a mancare il contatto umano.

“Lei si vede lavorare fino alla pensione?”

Finché ho voglia e passione, e spero di averla, si!